Note al capitolo Sette.

(1).  Alla  fine  del  terzo secolo avanti Cristo  Alessandria  era
popolata da mezzo milione di abitanti.

(2).  La  dinastia  fondata da Tolomeo Sotr  che,  alla  morte  di
Alessandro, si impadron dell'Egitto. I Tolomei governarono fino  a
circa  il  30  avanti  Cristo, quando Roma  cominci  a  esercitare
direttamente il proprio dominio sulla regione.

(3).  Museo  (Museon), dedicato alle Muse, era  il  nome  dato  ai
luoghi  d'incontro dei pitagorici, centri di dibattito e di ricerca
filosofica e scientifica. Destinato in seguito a indicare  raccolte
di  opere d'arte, di reperti e documenti storici, il termine  museo
fu   nuovamente   usato  nel  suo  significato   originario   dalla
pedagogista  Rosa Agazzi che, alla fine del diciannovesimo  secolo,
chiam  museo didattico l'insieme del materiale educativo destinato
all'uso dei bambini della scuola materna.

(4). Una bella descrizione del Museo di Alessandria si trova in  J.
Beaujeu,  La science hellnistique et romaine, in Histoire gnrale
des sciences, primo, Paris, 1957, pagine 302-303, ed  tradotta  da
F. Adorno, La filosofia antica, citato, volume primo, pagina 506.

(5). Il loro numero raggiunse ben presto il mezzo milione.

(6).  Vissuto  nel  secondo secolo avanti Cristo,  scrisse  un'Arte
grammatica   che  fu  utilizzata  dalle  scuole  greche   fino   al
tredicesimo  secolo; diffusa a Roma, era stata  tradotta  anche  in
siriaco e in aramaico. I primi grammatici umanisti la presero  come
modello per ogni trattato di grammatica.

(7).  Vissuto  dal  340 al 265 circa, nella sua edizione  di  Omero
divise  per  la  prima  volta i due poemi  (Iliade  e  Odissea)  in
ventiquattro  libri  ciascuno, e li contrassegn  con  una  lettera
dell'alfabeto greco.

(8). Vedi "Le opere di Aristotele" alla fine del capitolo Sei.

(9).  Ippocrate  di  Cos (460-377 avanti Cristo),    senza  dubbio
l'esponente  pi  famoso della scuola medica  sorta  a  Cos,  isola
dell'Egeo. All'interno della generale tendenza del quinto secolo  a
liberare il sapere dalle influenze magiche e mitiche, egli cerc di
fare  della  medicina una scienza basata su un metodo razionale  di
diagnosi e di terapia. Dei circa sessanta scritti che compongono il
Corpus hippocraticum solo una parte sono attribuibili a Ippocrate o
alla scuola di Cos.

(10).  Fra i postulati il pi noto  senza dubbio il quinto,  detto
"postulato  delle  rette parallele", dalla  discussione  del  quale
nasceranno  nel diciannovesimo secolo le cosiddette  geometrie  non
euclidee. Si deve ricordare, per, che lo stesso Euclide,  nutrendo
qualche perplessit circa questo postulato, non vi ricorre  se  non
quando  assolutamente indispensabile.

(11).  Eraclide  Pontico  (390-310  avanti  Cristo),  discepolo  di
Platone, elabor una teoria astronomica secondo la quale Mercurio e
Venere  ruotano  intorno  al Sole. Niccol  Copernico  (1473-1543),
nella  dedica al papa Paolo terzo Farnese del suo De rivolutionibus
orbium  coelestium  libri sex, ricorda quanti nell'antichit  hanno
avanzato  ipotesi  sul  movimento  della  Terra:  fra  questi  cita
Eraclide  Pontico,  che gli  noto attraverso Plutarco,  ma  ignora
Aristarco. Plutarco rappresenta una fonte molto importante non solo
per la storia, ma anche per la filosofia.

(12).  Confronta  L.  Geymonat, Storia del  pensiero  filosofico  e
scientifico, volume primo, Garzanti, Milano, 1970-1996, pagina 292.

(13).   Nel   diciassettesimo   secolo   l'adesione   alle   teorie
eliocentriche  era  motivo di condanna - che  poteva  essere  anche
capitale (come avvenne per Giordano Bruno) - da parte del Tribunale
dell'Inquisizione.

(14). Dal nome della citt  noto come Diogene di Enoanda.

(15). Le due affermazioni si trovano nei frammenti ventiquattresimo
e secondo e sono riportate da E. Bignone, L'Aristotele perduto e la
formazione  filosofica di Epicuro, La Nuova Italia, Firenze,  1973,
pagina 3.

(16). Vedi capitolo Quattro, 3, pagine 77-78.

(17). Confronta Lucrezio, De rerum natura, secondo, 1-4.

(18). Confronta Lucrezio, De rerum natura, secondo, 23-36.

(19).  "Perci  dichiariamo  il  piacere  principio  e  fine  della
felicit,  perch  questo abbiamo riconosciuto come  bene  primo  e
congenito; e da esso iniziamo ogni scelta e ogni avversione,  e  ad
esso  ci rifacciamo, giudicando ogni bene alla norma del piacere  e
del dolore" (Epicuro, Epistola a Meneceo, 129).

(20).  Nel 173 avanti Cristo il Senato di Roma decret la  cacciata
dalla citt di Alicio e Filisco, due filosofi epicurei, accusati di
introdurvi costumi licenziosi.

(21).  Nel Medioevo Dante, che pure  indulgente con molti filosofi
greci,  ad  esempio  l'atomista Democrito che viene  collocato  nel
Limbo   insieme  a  Platone  e  Aristotele,  condanna  alle  fiamme
dell'Inferno  Epicuro e "tutti i suoi seguaci, /  che  l'anima  col
corpo  morta fanno" (Inferno, decimo, 14-15). Secondo studi recenti
sembra che il motivo principale dell'opposizione della Chiesa  alla
fisica galileiana non fosse il copernicanesimo - per cui Galileo fu
ufficialmente condannato -, ma l'epicureismo atomista (confronta G.
Redondi,  Galileo eretico, Einaudi, Torino, 1983). A.  Gianni,  nel
Dizionario  italiano ragionato, citato, annovera  tra  le  voci  il
verbo  epicureggiare, che definisce "comportarsi  da  epicureo,  da
gaudente".

(22). Confronta Orazio, Epistole, prima, 4.

(23).  Ne esiste anche una edizione a mille lire con testo greco  a
fronte: Epicuro, Lettera sulla felicit, Stampa Alternativa,  Roma,
1992.

(24). Confronta Lettera a Meneceo, 129.

(25). Lettera a Meneceo, 130-131.

(26). Confronta Lettera a Meneceo, 132.

(27). Lettera a Erodoto, 35-36.

(28). Confronta Lettera a Erodoto, 39.

(29). Confronta Lettera a Erodoto, 39.

(30). Confronta Lettera a Erodoto, 40.

(31). Confronta Lettera a Erodoto, 41.

(32). Confronta Lettera a Erodoto, 41-42.

(33).  "E  ancora,  i  mondi sono infiniti, sia  quelli  simili  al
nostro,  sia  quelli dal nostro dissimili. Poich  gli  atomi,  che
abbiamo  test dimostrato essere infiniti, percorrono anche  i  pi
lontani  spazi. Ed in verit quelli opportuni a dare origine  a  un
mondo  o  a costituirlo, non possono essere esauriti n da un  solo
mondo,  n  da un numero finito di mondi, n da quanti  mondi  sono
simili,  n da quanti sono da essi diversi. Nulla dunque si opporr
a che i mondi siano infiniti" (Lettera a Erodoto, 45).

(34).  Confronta  Diogene  di  Enoanda,  frammentoterzo-quarto   W.
Confronta soprattutto Lucrezio, De rerum natura, secondo, versi 217-
293.  Clinamen  ("oscillazione,  deviazione")    parola  usata  da
Lucrezio  (secondo,  292) per tradurre il  greco  parnklisis.  Sul
clinamen  si  pu  vedere  il  saggio,  estremamente  complesso  ma
avvincente, di E. Bignone, La dottrina epicurea del "clinamen",  in
"Atene  e  Roma",  s.  terzo, ottavo (1940),  ora  in  E.  Bignone,
L'Aristotele perduto e la formazione filosofica di Epicuro, citato,
volume secondo, pagine 409-456.

(35). Confronta Lettera a Erodoto, 41-42.

(36). Vedi capitolo Due, 7, pagine 46-47.

(37).   "L'anima    una  sostanza  corporea  composta  di  sottili
particelle,  diffusa  per tutto l'organismo, affatto  simile  a  un
fluido ventoso" (Lettera a Erodoto, 63).

(38).  "Restano intatte le cose nella loro struttura finch non  le
colpisca  una  forza  cos  energica  /  da  disgregarne  la  trama
(incolumi  remanent res corpore, dum satis acris /  vis  obeat  pro
textura cuiusque reperta)" (Lucrezio, De rerum natura, primo,  246-
247).

(39). La pioggia scompare nel terreno e rinverdiscono gli alberi  e
maturano  i  frutti  di cui si nutrono uomini e animali;  "Ci  che
sembra  perire,  quindi non perisce del tutto,  /  perch  rif  la
natura cosa da cosa, e non vuole / ch'una ne nasca, se un'altra non
la  soccorre  morendo  (Haud  igitur  penitus  pereunt  quaecumquae
videntur,  /  quando alid ex alio reficit natura, nec ullam  /  rem
gigni patitur nisi morte adiuta aliena)" (confronta ivi, 250-264).

(40). "E ancora, se l'organismo si dissolve tutto in modo assoluto,
si  dissipa l'anima e non mantiene pi le medesime facolt, n  pi
si  muove; e perci pi non possiede la facolt di sentire.  Non  
infatti  possibile  concepire senziente  quest'organo,  se  non  in
questo complesso organico" (Lettera a Erodoto, 65-66). Il "corpo" e
l'"anima" sono un'unica cosa; l'anima non  come l'acqua  -  scrive
Lucrezio  -  che,  per il calore del fuoco, si dissolve  in  vapore
mantenendo  intatta  la  propria natura:  separate  dall'anima,  le
membra  periscono  e,  separata  dal  corpo,  l'anima  si  disgrega
(confronta Lucrezio, De rerum natura, terzo, 323-369).

(41). Lettera a Meneceo, 125.

(42). Lettera a Meneceo, 124.

(43). La dimostrazione dell'esistenza degli di si ha, per Epicuro,
attraverso  la cosiddetta prova ontologica: gli uomini hanno  nella
loro  mente  l'immagine degli di e, siccome  ogni  immagine  della
mente  pu  formarsi solo attraverso il contatto  con  i  simulacri
ossia  gli  effluvi  di  atomi  provenienti  da  un  corpo,  devono
necessariamente  esistere gli di da cui hanno  avuto  origine  gli
effluvi di atomi (confronta Cicerone, De natura deorum, 43-48). "N
bisogna  concepire gli di come inseparabili dagli astri ed erranti
insieme  <con questi>; ma, siano pure lontani quanto  si  voglia  i
corpi  che  li  <gene>rano,  i  simulacri,  superando  la  distanza
frapposta,   vengono  a  colpirci  con<giunti>   [...]"   (Epicuro,
frammento  193 Arrighetti = Filodemo, De diis, terzo,  in  Epicuro,
Opere,  a  cura di M. Isnardi Parente, UTET, Torino,  1974,  pagina
367).  Di conseguenza gli di avranno forma umana perch con quella
forma  noi li pensiamo (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, decimo,
139);  anche se il loro corpo  molto diverso dal nostro,  formato
di  atomi sottilissimi ed  un "quasi corpo", una "sagoma". Gli di
sono  infiniti, in continuo movimento, e dimorano negli  spazi  tra
gli  infiniti  mondi  che costituiscono l'universo,  intermundia  o
metaksmia (Lettera a Pitocle, 89).

(44).  Le  opinioni  del  volgo sugli di  non  sono  "prenozioni",
prolessi,  ma  "false  presunzioni",  pseudo-ipolessi  (Lettera   a
Meneceo, 124).

(45).  Confronta, tra l'altro, Lettera a Meneceo,  123;  Lettera  a
Erodoto, 77; Massime Capitali, prima.

(46). Confronta Diogene di Enoanda, frammento 63.

(47). Lettera a Meneceo, 127.

(48). Vedi capitolo Due, 7, pagine 45-46.

(49). Confronta Diogene di Enoanda, frammento 33, colonna terzo.

(50).  Confronta  De  rerum natura, secondo,  253-296.  "Ch  senza
dubbio   il volere che inizia i movimenti di ognuno, e di qui  poi
si diramano i movimenti del corpo" (versi 261-262).

(51). Confronta Massime Capitali, ventisettesimo.

(52). Confronta Massime Capitali, ventottesimo.

(53).  "Amico  non    chi  sempre cerca l'utile,  n  chi  mai  lo
congiunge  all'amicizia;  perch  l'uno  traffica  il  ricambio  al
benefizio,  l'altro  recide la fiduciosa speranza  per  l'avvenire"
(Sentenze Vaticane, trentanovesimo).

(54). "Non tanto ci occorre aiuto dagli amici, quanto confidare del
loro aiuto" (Sentenze Vaticane, trentaquattresimo).

(55).     Confronta     Sentenze    Vaticane,    cinquantaseiesima-
cinquantasettesima.

(56). Sentenze Vaticane, settantesima.

(57). Sentenze Vaticane, settantanovesima.

(58).  "Bellissima  cosa   anche vederci  vicini  i  nostri  cari"
(Sentenze Vaticane, sessantunesima).

(59).  Confronta il frammento 63 di Diogene di Enoanda:  dopo  aver
invitato   la   madre  a  fuggire  i  timori  che  derivano   dalla
superstizione,  Epicuro  scrive: "Ma risparmia,  per  Zeus,  quegli
aiuti  che  ci  mandi  di continuo: non voglio  che  tu  manchi  di
qualcosa  perch io abbia troppo; preferisco che manchi qualcosa  a
me  piuttosto che a te. D'altronde io vivo con abbondanza di  tutto
per  l'aiuto degli amici e per il denaro che continuamente mi manda
il  padre,  il quale anche di recente, per mezzo di Cleone,  mi  ha
fatto  avere nove mine. Non dovete dunque, nessuno dei  due,  darvi
pensiero  per  me;  ma  piuttosto  stare  uniti  l'uno  all'altro".
Confronta  anche E. Bignone, Epicuro e il "De philosophia",  in  E.
Bignone,  L'Aristotele  perduto eccetera, citato,  volume  secondo,
pagine 30-31.

(60). Sentenze Vaticane, cinquantaduesima.

(61).  Lthe  bisas,  frammento 106  Bignone,  che  traduce  "Vivi
ignorato".

(62). Sentenze Vaticane, cinquantottesima.

(63).  Epicuro,  Della  natura,  trentacinquesimo  =  Filodemo,  De
pietate, papiro di Ercolano 437.

(64). "Tu che per primo hai saputo in tanto buio, svelando / i beni
dell'esistenza, levar s splendida luce, / te seguo,  o  vanto  del
popolo  greco,  e  nel solco stampato / da' piedi  tuoi  fedelmente
imprimo  l'orma  de' miei (E tenebris tantis tam  clarum  extollere
lumen  / qui primus potuisti inlustrans commoda vitae, / te sequor,
o  Graiae gentis decus, inque tuis nunc, / ficta pedum pono pressis
vestigia signis)" (Lucrezio, De rerum natura, terzo, 1-4).

(65).  Confronta M. Isnardi Parente, Introduzione a Epicuro, Opere,
UTET, Torino, 1974, pagina 52.

(66).  "Il  diritto  di natura  il simbolo dell'utilit  reciproca
rispetto  a  non  recar  danno  n  riceverne"  (Massime  Capitali,
trentunesima).

(67).  "La giustizia non  qualcosa che esista per s, ma solo  nei
commerci reciproci, e in quei tempi e luoghi dove sia patto  alcuno
di   non   recare   o   non  ricevere  danno"  (Massime   Capitali,
trentatreesima).  "Verso  quegli animali che  non  poterono  fermar
patti  [stabilire accordi, n. d. r.] reciproci per non ricevere  n
recar  danno, non v' giusto n ingiusto; cos pure presso i popoli
che  non  poterono  o non vollero fermar patti  di  non  recare  n
ricevere danno" (Massime Capitali, trentaduesima).

(68). Confronta Massime Capitali, trentasettesima.

(69).   "Perci   neppure  l'origine  del  linguaggio   deriv   da
convenzione,  ma gli uomini stessi, naturalmente, a  seconda  delle
stirpi, provando proprie affezioni e ricevendo speciali percezioni,
emettevano  l'aria in diverso modo conformata per  l'impulso  delle
singole   affezioni  e  percezioni,  ed  a  tal  differenza   anche
contribuiva la diversit delle stirpi ch' prodotta dai vari luoghi
abitati da esse. Pi tardi poi, di comune accordo, le singole genti
determinarono per convenzione le espressioni proprie,  per  potersi
intendere  con  minore  ambiguit  e  pi  concisamente.  E  quando
qualcuno che n'era esperto introduceva la nozione di cose non note,
dava  loro  determinati nomi, o secondo l'istinto naturale  che  li
faceva pronunziare, oppure a ragion veduta, scegliendoli secondo il
fondamento  pi  comune  di esprimersi  in  tal  modo"  (Lettera  a
Erodoto, 75-76).

(70). Diogene Laerzio, opera citata, decimo, 6.

(71).  Sesto  Empirico  (180-220 dopo Cristo),  filosofo  e  medico
greco,  visse  ad Alessandria, Atene e Roma. Delle  sue  opere,  di
impostazione  scettica, ci sono pervenuti gli  Schizzi  pirroniani,
una critica alle filosofie che egli ritiene "dogmatiche", prima fra
tutte  quella  degli stoici; questa critica  ripresa  anche  nello
scritto Contro i dogmatici; l'opera Contro i matematici rappresenta
una  accusa  articolata  alle arti liberali (grammatica,  retorica,
aritmetica e geometria, astronomia e musica).

(72). Sesto Empirico, Contro i matematici, primo, 1.

(73). A questo proposito si possono confrontare le posizioni di due
pensatori  molto  diversi tra loro, ma entrambi fortemente  critici
nei  confronti  del dogmatismo della scienza, K. R.  Popper  ed  E.
Severino.  Di  Popper  pu essere letta, anche  da  chi  ha  appena
cominciato a confrontarsi con i problemi della filosofia, la  bella
autobiografia pubblicata in italiano con il titolo La  ricerca  non
ha  fine.  Autobiografia intellettuale, traduzione di D.  Antiseri,
Armando,  Roma,  1976; di E. Severino i capitoli secondo,  terzo  e
quarto  della Prima Parte de La filosofia futura, Rizzoli,  Milano,
1989, ma si tratta di una lettura tutt'altro che facile.

(74). "Non scioglie il terrore di ci che all'uomo pi importa, chi
non  sa quale sia la natura dell'universo e sta in ansia e sospetto
per  le  favole dei miti. Senza studio della natura  non    dunque
possibile  godere schietti piaceri" (Massime Capitali,  dodicesima)
(il corsivo  nostro).

(75).  "Per di pi le parti minime e individue [dell'atomo] bisogna
considerarle con quella speculazione intellettiva, che  necessaria
per le cose invisibili" (Lettera a Erodoto, 59).

(76).   La   scuola  di  Atene,  come  viene  in  seguito  chiamata
l'Accademia   platonica,   svolge  la  sua   attivit   fino   allo
scioglimento  da parte di Giustiniano (529). Per i cinici  vedi  il
capitolo Quattro, 3, pagine 76-77.

(77).  Nell'opera,  pi  volte citata, L'Aristotele  perduto  e  la
formazione filosofica di Epicuro.

(78).  Confronta  A.  H.  Armstrong,  Introduzione  alla  filosofia
antica,  traduzione di V. Meloni De Vio Il Mulino,  Bologna,  1983,
pagina 148.

(79).  Timone di Fliunte, pensatore scettico. Vedi in questo stesso
capitolo, pagina 177.

(80). Diogene Laerzio, opera citata, settimo, 16.

(81).  Pu  essere interessante la lettura del primo  capitolo  del
settimo  libro delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio, dedicato
a Zenone e agli stoici.

(82).  "La  prima maniera di scrittura  per via delle  sensazioni:
chi  infatti sente alcunch, per esempio il bianco, allo  scomparir
di  esso ne ha memoria: e quando si generano numerosi ricordi della
stessa  specie,  allora  diciamo che si  ha  l'esperienza;  giacch
l'esperienza   la moltitudine delle rappresentazioni della  stessa
specie"  (Aezio,  Placita, quarto, 11). La parola  bianco,  quindi,
esprime  un  concetto ricavato dall'esperienza e dalla memoria,  di
molteplici cose che sono simili in un loro aspetto, in questo  caso
il colore bianco.

(83). "Zenone [...] presentando innanzi la mano aperta, con le dita
stese:  "ecco (diceva) cos  la rappresentazione". Poi, contraendo
un po' le dita: "e cos  l'assenso". E quando le aveva strette del
tutto e fatto il pugno, quella diceva essere la comprensione: dalla
qual  similitudine  le  pose anche il nome,  non  prima  usato,  di
comprensione.  Quando  poi aveva accostata la  mano  sinistra  alla
destra  stretta a pugno, e compresso quel pugno ad  arte  con  gran
forza,  cos  diceva  essere la scienza,  della  quale  nessuno  ha
possesso fuorch il sapiente" (Cicerone, Academica priora, secondo,
144,  in R. Mondolfo, Il pensiero antico, La Nuova Italia, Firenze,
1961 3, pagina 381).

(84). Vedi capitolo Sei, 3, pagina 121.

(85).  Questo  uno dei cinque tipi di ragionamento previsti  dagli
stoici, ed esattamente il terzo (Non insieme il primo e il secondo;
il  primo; quindi non il secondo). Gli altri sono: 1. Se  il  primo
allora  il secondo; il primo; perci il secondo (Se  giorno allora
c'  luce;    giorno; perci c' luce); 2. Se il primo  allora  il
secondo;  non  il secondo; perci non il primo (Se  giorno  allora
c'  luce; non c' luce; perci non  giorno); 4. O il primo  o  il
secondo;  il primo; perci non il secondo (O  giorno o  notte;  
giorno;  perci  non  notte); 5. O il primo o il secondo;  non  il
secondo; perci il primo (O  giorno o  notte; non  notte; perci
   giorno).   Confronta  D.Pesce,  L.  Pozzi,  G.  Fisher   Servi,
Introduzione alla logica, Le Monnier, Firenze, 1978, pagine  36-37.
Per la logica stoica confronta anche R. Blanch, La logica e la sua
storia, traduzione di A. Menzio, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma,
1973, pagine 122-128.

(86).  "Il principio passivo  l'essenza senza qualit, la materia;
il principio attivo  la ragione nella materia, cio Dio. Questi  
eterno  e,  scorrendo per tutta la materia, foggia tutte quante  le
realt" (Diogene Laerzio, opera citata, settimo, 134).

(87).  Crisippo sostiene che "il male ha una ragione  sua  propria,
perch  anch'esso  nasce  in certo modo secondo  la  ragione  della
natura e, per cos dire, non nasce senza utilit per il tutto:  ch
altrimenti  non  ci  sarebbero  i  beni"  (questa  affermazione  di
Crisippo    riportata da Plutarco, De repugnantiis stoicorum,  35,
1050;  confronta  R. Mondolfo, Il pensiero antico,  citato,  pagina
394). Ogni cosa del mondo ha un suo scopo; riferendo il pensiero di
Crisippo,  Cicerone afferma: "Saggiamente Crisippo  dice  che  come
l'involucro    fatto per lo scudo e la guaina per la  spada,  cos
eccettuato  il  mondo  [che, come abbiamo detto,    fatto  per  se
stesso,  n.d.r.], tutte le altre cose son generate per altro:  come
le  messi  e  i frutti, che la terra produce, per gli animali;  gli
animali per l'uomo [...] e l'uomo stesso poi  nato per contemplare
e  imitare  il  mondo,  e  senza  essere  affatto  perfetto    una
particella   del  perfetto"  (De  natura  deorum,   secondo,   37).
Motivazioni analoghe, per spiegare il finalismo insito in tutte  le
cose, le ritroveremo, alla fine del diciottesimo secolo in I.  Kant
(confronta  Critica  del giudizio, a cura di A. Gargiulo,  Laterza,
Bari, 1949, pagine 252-253).

(88).  Nel Settecento il filosofo tedesco G. W. Leibniz parler  di
"migliore tra i mondi possibili".

(89). Confronta L. Robin, Storia del pensiero greco, traduzione  di
P.  Serini, Reprints Einaudi, Torino, 1982 2, pagina 424.  L'eterno
ritorno  dell'uguale sar, alla fine dell'Ottocento, uno  dei  temi
fondamentali del pensiero di F. Nietzsche. Gli stoici non  indicano
la durata del grande anno: Crisippo parla di "compiersi di nuovo di
certi  periodi  determinati di tempo" (Crisippo, De  providentia  =
Lattanzio,  Divinae  institutiones, settimo, 23).  Al  termine  del
grande anno si avr una conflagrazione universale (ekpy'rosis),  un
ritorno al fuoco divino dal quale trarr origine un nuovo mondo.

(90).  Stobeo, Ecloghe, secondo, 76, 3, in R. Mondolfo, Il pensiero
antico,  citato, pagina 399. Giovanni Stobeo, nato a Stobi (da  qui
il  nome)  in Macedonia all'inizio del sesto secolo dopo Cristo,  
una  fonte molto importante per conoscere i filosofi antichi: nelle
Eclogae  physicae et ethicae riporta i giudizi degli antichi  sulla
geometria,  sull'aritmetica  e sulla  musica  e  discute  le  varie
opinioni  sugli  di,  sulla natura, sull'uomo,  sulla  conoscenza,
sulla morale e sulla politica.

(91).  Crisippo, secondo la testimonianza di Diogene Laerzio, opera
citata, settimo, 86.

(92).  Confronta Aulo Gellio, Noctes Acticae, dodicesimo, 5, 7,  in
R.  Mondolfo,  opera citata, pagine 398-399. Aulo  Gellio  (secondo
secolo  dopo Cristo) raccolse nei 20 libri delle sue Notti  Attiche
testimonianze di antichi testi filosofici, giuridici e letterari.

(93). Diogene Laerzio, opera citata, settimo, 87.

(94). Confronta Cicerone, De finibus, terzo, 14, 48.

(95).  Stobeo,  Florilegio, secondo, 7 = frammento primo,  190  von
Arnim,   in   M.  Isnardi  Parente,  La  filosofia  dell'ellenismo,
Loescher, Torino, 1977, pagina 200.

(96). Confronta ibidem.

(97). Diogene Laerzio, opera citata, settimo, 102.

(98). Diogene Laerzio, opera citata, settimo, 87.

(99).  Confronta  Cicerone, De fato, 41-43, in R.  Mondolfo,  opera
citata, pagina 397.

(100). Plutarco, De Alexandri Magni fortuna aut virtute, primo,  6,
329, in R. Mondolfo, opera citata, pagina 409.

(101). Confronta Diogene Laerzio, opera citata, settimo, 121.

(102).  Come  abbiamo  visto alla nota 73 di  questo  capitolo,  la
traduzione  italiana dell'autobiografia di K.  R.  Popper    stata
significativamente intitolata La ricerca non ha fine.

(103).  A  partire  dal  sedicesimo secolo  avanti  Cristo  si  era
sviluppata in India una tradizione religiosa, raccolta nei Veda (in
sanscrito,   l'antica  lingua  indiana,  Veda  significa   scienza,
conoscenza), una serie di testi la cui stesura si concluse  intorno
all'800  avanti  Cristo Ad essi, tra il nono e il sesto  secolo  si
aggiunse  un gruppo di scritti di carattere speculativo, noto  come
Upanishad, che insegnano la rinuncia ai beni del mondo, in vista di
beni  superiori raggiungibili con la contemplazione (vedi  capitolo
Dodici, 1, pagina 262).

(104). Diogene Laerzio, opera citata, nono, 74.

(105). "Secondo gli scettici, le cose non sono tali in realt quali
appaiono, ma sono semplici parvenze. E dicevano anche che  la  loro
ricerca  era  diretta non a ci che si pensa - perch  ci  che  si
pensa    chiaro - ma a ci che si percepisce per mezzo dei  sensi"
(Diogene Laerzio, opera citata, nono, 77).

(106). Confronta Diogene Laerzio, opera citata, nono, 74.

(107). Confronta Diogene Laerzio, opera citata, nono, 76.

(108). Diogene Laerzio, opera citata, nono, 68.

(109).  Si  ricordi che l'opera forse pi famosa di Sesto Empirico,
medico  e  filosofo  scettico greco del secondo-terzo  secolo  dopo
Cristo,  intitolata Contro i matematici. Vedi capitolo Tre, n. 17.

